I turbamenti del Boss
Le stanze dei ricordi - Racconti nefrologici > Livello 11
I turbamenti del Boss.
Non ho assistito di persona all’episodio che mi accingo a riportare. Questo racconto mi è stato riferito, ma l’assoluta serietà della fonte e la verosimiglianza dei personaggi e dei fatti escludono ogni mio dubbio sulla sua attendibilità.

Il prof. Vercellone era stato invitato a tenere una relazione a Vittel, celebre stazione termale situata sulla catena montuosa dei Vosgi in Lorena. L’amena località dà anche il nome ad un’acqua da tavola frizzante (pétillante, direbbero i nostri cugini d’oltralpe), la Vitteloise appunto, per la quale era stato creato uno slogan pubblicitario di formidabile efficacia: “l’eau qui chante et qui danse” (l’acqua che canta e che danza).
A parte qualche storico svarione, puntualmente e maliziosamente rimarcato da alcuni suoi collaboratori (mi ci metto anch’io nel numero), il prof. Vercellone aveva una buona padronanza del francese che gli permetteva di cavarsela nelle conversazioni anche impegnative. Non era perciò il timore di parlare in pubblico che lo rendeva in quel frangente ansioso e irritabile al limite della sopportazione, ma il fatto che la conferma dell’invito tardava a pervenire. Lui aspettava la convalida per posta, come di consuetudine, e la telefonata lo colse perciò di sorpresa.
Si trovava, con due suoi assistenti, nel suo studio al piano terreno della Clinica Medica per pianificare il lavoro della giornata quando il telefono squillò interrompendo il suo discorso. Sollevò la cornetta e abbaiò un:
“Pronto!!!” che fece tremare i vetri della finestra.
Naturalmente i due assistenti non udirono la risposta, ma intuirono che stava avvenendo qualcosa di importante dalla trasfigurazione del suo viso, mentre modulava con tutto un altro tono di voce:.
“Vittel?... Oui! Oui!... Un moment! Oui! S’il Vous plait… Attendez…”
Preso alla sprovvista e timoroso che qualche dettaglio potesse sfuggirgli, si rivolse ai due tapini che lo guardavano perplessi e, coprendo il microfono con una mano, ordinò:
“Portatemi qua Maria Paola! Subito!”

I due si fiondarono alla ricerca della giovane studentessa che frequentava il reparto e aveva, tra le numerose altre doti, una profonda conoscenza delle lingue. Intanto il Boss, sempre più agitato, cercava di intrattenere il suo interlocutore telefonico:
“Vittel?... Vittel? Attendez un moment, s’il Vous plait…”
Poi, rivolgendosi alla porta spalancata dello studio:
“Ma dove si è cacciata Maria Paola?”
Non aveva ancora finito la frase che la giovane si affacciò ansimante alla porta dello studio.
Il capo le consegnò la cornetta del telefono investendola contemporaneamente con una sventagliata di istruzioni e di richieste, ma lei non ebbe nemmeno il tempo di pronunciare “Allô!” che dall’altro capo del collegamento telefonico si fece sentire una voce pacata ed ironica:
“Sono Vitelli! Dica al professor Vercellone che si dia una calmata perché ho bisogno di parlargli”.
L’umanità e l’ironia erano le caratteristiche peculiari del professor Adriano Vitelli, coetaneo e amico di Vercellone. Vitelli era stato uno degli assistenti effettivi della Clinica Medica e da alcuni anni ricopriva il posto di primario di Medicina Generale all’Ospedale San Giovanni vecchio. La sua specialità era la diabetologia, cioè lo studio e la cura di una malattia che, come la nefrologia, crea un legame del tutto particolare tra medico e paziente. Infatti, in entrambe queste discipline il medico accompagna per tutta la vita il malato ed entra in tutti gli aspetti della sua esistenza. Questo fatto contribuì probabilmente a rendere più salda l’amicizia tra i due.
Non mi è stato riferito l’esito della telefonata. Invece so che, alla fine, arrivò l’agognata conferma e il Boss tenne la sua conferenza a Vittel. E, naturalmente, fu un successone.
Gigi Cavalli